Ricordo così Carbonia, circa 77 anni fa…

Caro Alberto,
ricordi quando la guerra chiamava e il fermento era sono all’inizio? Sembrava ci fosse anche la possibilità di istituire una nuova classe politica nella provincia. Ne discutevamo sempre più spesso io e te, ma anche con il mio caro amico Franco: il gioielliere con i baffi a manubrio. Lui non aveva visto altro che oro sin dall’infanzia e non sempre si rendeva conto di quello che succedeva a casa sua, nella sua famiglia. Però era sempre il più informato sugli accadimenti d’Italia e d’oltreoceano. Sarà stato per i suoi interessi economici e per il suo fiuto per i preziosi, ma ciò che diceva, veniva quasi sempre confermato dal cinegiornale del giorno dopo. In quei giorni in cui ci salutavi, la notizia dell’arrivo di nuovi importanti personaggi da Trieste e dall’Emilia, non ci allarmò: vennero per misurare e fare carotaggi nella zona tra Iglesias e Gonnesa. Tu non hai avuto modo di vedere ciò che sarebbe divenuta la zona in breve tempo, in quell’anno. Eppure tu di qualcosa ti eri accorto. Ricordo le nostre discussioni sull’Italia e le campagne in Africa. Ricordo il tuo risentimento e la decisione di emigrare in America.
Prima del 1936 nessuno avrebbe pensato di poter sfruttare tanto intensamente la struttura carbonifera del Sulcis. Si parlava di un altro grande giacimento di carbone, si diceva che in breve tempo sarebbero sorte tante palazzine quanto le pecore della zona circostante.
Neanche il notaio Melis sapeva nulla più di noi; eppure era il personaggio più in vista tra la classe dirigente della zona. Ciò che si narrava era che sarebbe stata una città moderna, ma quello che non si disse apertamente e per lungo tempo, era che sarebbe stata una città dell’autarchia, costruita senza che nessun concorso venisse bandito, senza un accenno di dibattito con i comuni limitrofi e le figure del territorio, mentre di lì a poco tonnellate di materiali si sarebbero riversati nella zona. Se pensavamo di poter costruire noi il nostro futuro ci sbagliavamo.
Carbonia sarebbe nata come risposta alle sanzioni applicate dalla “Società delle Nazioni”, secondo una titolazione molto diffusa della stampa quotidiana e periodica. La previsione, o meglio l’obiettivo, era quello di poter coprire il fabbisogno nazionale di carbone, e questo bacino del Sulcis divenne davvero, per lungo tempo, protagonista di una grandiosa operazione che nel giro di pochi anni avrebbe rivoluzionato quest’area sconosciuta al resto d’Italia.
Carbonia non fu ideata come l’ennesimo piccolo villaggio al servizio della nuova miniera di Serbariu, bensì come residenza per 50 mila abitanti del regno del carbone. Qualche tempo dopo, amici e colleghi, parlavano della realizzazione di una serie di imponenti lavori e di opere infrastrutturali: creazione di acquedotti, sistemazione della rete stradale e ferroviaria, potenziamento gli impianti marittimi ma soprattutto (e su questo punto io dibattevo frequentemente) l’edificazione di quelle case e della città di residenza della manodopera che, a parer mio, sarebbe immigrata numerosa con le giuste condizioni.
Anche nei villaggi limitrofi si decise di compiere grandi operazioni di potenziamento. I lavori di urbanizzazione avrebbero interessato anche Bacu Abis, Cortoghiana e Portoscuso. La scelta dell’area, anche se dettata dalla necessità di non pregiudicare ulteriori ricerche del sottosuolo, non sarebbe stata in grado, da sola, di mantenere le promesse. Ma questo, al tempo, non lo sapeva neanche chi, come noi, era in grado di leggere i giornali.
Infatti, rispetto al moderno piano regolatore, i comuni limitrofi non sembravano altro che villaggi disordinati e non certo moderne città.
Dopo i primi indugi e nonostante le frammentarie informazioni date dal governo, le aspettative erano sempre più grandi per tutti. Per un figlio di operaio come te non ne parliamo. Ma tu non credevi in questa nuova Italia. A me non serviva nulla di più grazie all’eredità e al titolo nobiliare che possedevo, ma l’onda di entusiasmo e i nuovi quattrini all’orizzonte sembravano una prospettiva allettante e di crescita per il territorio. Sai quanto ammiravo la tua curiosità e la tua dinamicità e quanto ci unisse la curiosità. Anche io, come te, volevo vedere di più, volevo toccare con mano la modernità, volevo far parte delle nuove prospettive. Solo all’indomani della costruzione, sarebbero sorti, in me, i primi dubbi.
Invece, come dici tu, siamo rimasti a guardare, è vero, perchè comunque credevamo nel nuovo progresso, ma ci rendemmo conto presto che, nonostante tutti i bei progetti sul piano urbanistico e architettonico, l’”operazione Carbonia” non ebbe quelle speciali caratteristiche di originalità e di esemplarità che il cielo aveva offerto. Costruire una città mineraria non significava riprodurre un villaggio rurale costruito in tempi in cui l’obiettivo primo era difendersi. Forse si sarebbe dovuto prendere come esempio i villaggi minerari costruiti in tempi più recenti, come per esempio Gonnesa. Gonnesa rappresenta un’ottima tipologia di questi agglomerati, creati, e lo sottolineo, dalla buona volontà umana e realizzati in base alla conformazione del territorio ed alla sua storia.
L’ostentata e assolutamente rigida gerarchizzazione della struttura urbana si era imposta come un elemento decisamente estraneo alla tradizione del villaggio isolano. Per confermare questo pensa all’ostentata mole del campanile che non è né moderno, né tantomeno legato alla tradizione isolana.
L’anno successivo, dopo un inizio in sordina, tra le famiglie più importanti della zona e dei paesi limitrofi, non si parlava d’altro: “La colpa è dei progettisti”, sentivi spesso dire anche da Faustino: “E’ colpa di quei maledetti progettisti!”. I cavalcanti interessi della guerra e del governo, unita al loro opportunismo, stavano decidendo il futuro di questa città. Tante le persone meno abbienti che osannavano il futuro e le nuove possibilità promosse dal governo nel territorio, attraverso i cinegiornali e i balconi.
La progettazione del Piano regolatore fu affidata dall’ACaI e dal suo presidente Guido Segre, all’ing. Cesare Valle. Tutti noi avevamo il sospetto di qualche forma di clientelismo, ma facemmo finta di niente. Questo Valle era fratello del sottosegretario all’aeronautica che aveva partecipato l’anno prima alla cerimonia di “fondazione della Città”.
Segre incaricò anche l’arch. Ignazio Guidi, del gruppo dei romani ed il tristino, l’arch. Pulitzer Finali. Sapevo chi fosse quest’ultimo: era l’autore del discusso Piano regolatore di Arsia, nonché uomo di sua fiducia.
In un primo sopralluogo erano presenti tutti e tre: Guidi, Valle, e il Pulitzer. Presero contatto con l’ambiente e scattarono numerosissime fotografie. L’obiettivo era dunque quello di costruire prima di tutto un nucleo di case operaie, poi edifici pubblici e alberghi per quelli senza famiglia.
Valle ammirava l’attivismo e la continua presenza del Segre, ascoltava con attenzione i suoi suggerimenti e anche qualche imposizione.
Ma la figura centrale prese il nome di Pulitzer Finali. Il suo ruolo nel corso dell’elaborazione del piano regolatore crebbe al tal punto da affidargli la stesura della relazione che accompagnava il progetto, anche se il piano portava la firma solo di Valle e Guidi.
Gustavo Pulitzer Finali soggiornò a lungo nel cantiere e si occupò di tutti gli aspetti della realizzazione del progetto, compreso il disegno degli arredi fissi delle abitazioni e fino a progettare anche una griglia speciale che permettesse di bruciare il carbone del Sulcis per uso domestico. Così, Valle e Guidi lasciarono presto l’incarico.
Carbonia si rivelò subito insufficiente rispetto al ruolo che il regime, in piena autarchia, intendeva affidarle. Pensa che fu incapace di accogliere un numero di minatori nettamente superiore rispetto a quello previsto inizialmente. Questo fu l’inizio della città che non hai ancora avuto modo di vedere dopo così tanti anni e che non vorrei raccontarti così. Palazzi, piazze ampie e regolari. In una delle principali Segre fece costruire il campanile della Chiesa di San Ponziano, lo voleva “in tutto simile a quello di Aquelia, nel Friuli, alto 73 metri”. Ma questo non era accettabile per il regime, perché avrebbe umiliato il ruolo centrale della Torre Littoria . Così fu ridotto a 46 metri e il Segre, testardo e risentito, ci fece murare una lapide della quale aveva dettato il testo:
“O lavoratore/ questo campanile di dura trachite sarda/ ricorda a te quello di Aquelia imperiale / testimone del sacrificio/ eroico di nostra gente/ custode primo della gloria/ deil milite ignoto/ Perché nella santità del lavoro/ sappi essere degno dei lavoratori caduti . A. XVII E.F. – III dell’Impero”.
Non riconosceresti i luoghi in cui giocavamo da bambini: degli alberi e degli arbusti che ci ferivano correndo in bicicletta tra i campi non c’è più traccia. Il paesaggio è molto cambiato.
Aspetto una tua nuova missiva.